Sono le sette del mattino e il sole filtra dalle finestre con i suoi pallidi raggi, sugli alberi stanno sbocciando i primi fiori e sul bancone del mercato si trovano già le fragole. Voglia d’estate? Voglia di quel tempo eccezionale di cui poter approfittare per vivere momenti intensi e significativi? Lasciatevi allora coinvolgere e ispirare dal racconto di Gabriel e Steven, che la scorsa estate hanno fatto un’esperienza missionaria in Thailandia.
Ciao, presentatevi!
S: «Ciao a tutti, io mi chiamo Steven, ho 27 anni e oltre a essere un educatore di un gruppo 12/14 sono impiegato in una fabbrica che stampa plastica»
G: «Ciao, sono Gabriel, ho 20 anni e sono educatore nella parrocchia di Barco-Pravisdomini, nella vita sono uno studente di Scienze e Tecnologie Multimediali nella sede di Pordenone dell’Università di Udine.»
Raccontateci dove siete andati.
G: «Questa estate, dal 9 al 29 luglio sono stato in Thailandia per fare una breve esperienza missionaria. Questa storia ha luogo in diversi posti, 3 in particolare Khlong Toei, uno dei 50 distretti di Bangkok, il distretto che ospita la più grande baraccopoli della capitale; Umphang, un distretto della provincia di Tak molto vicino al confine col Myanmar (Birmania); e Km 48, villaggio chiamato così per la distanza da Mae Sot, la grande città più vicina.»
S: «Esatto. A Bangkok, la capitale, nella quale ho avuto occasione di visitare, conoscere e stare con le persone che vivono nelle baraccopoli di questa gigantesca città. A KM 48, un villaggio nel nord, ho avuto occasione di insegnare inglese ai bambini delle scuole vicine. E infine a Umphang ho trascorso del tempo in un centro di accoglienza.»
Che cosa vi ha spinto a intraprendere un percorso del genere e cosa vi ha colpito?
G: «Il perché io abbia voluto prendere parte in questa esperienza straordinaria è dato da un grande miscuglio di emozioni provocate da alcune persone. Tutto comincia con l’iscrizione al PEM (Preparazione Esperienza Missionaria), scelta che ho fatto dopo aver ascoltato la testimonianza di due mie care amiche, Serena e Francesca, che l’anno prima hanno fatto una bellissima esperienza in Tanzania. Conoscevo il PEM e ne ero molto affascinato, dava un’opportunità senza pari a tutti i giovani volenterosi di “donarsi”, ma i racconti che ho sentito sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Si può dire quindi che il mio primo approccio con questo percorso è stato guidato da un desiderio di arricchimento personale e curiosità verso la vita missionaria. Una volta cominciati gli incontri mi sono subito reso conto di essere nel posto giusto. Durante il PEM è stato possibile ascoltare storie uniche da ogni angolo della terra, sentire dentro di sé il desiderio di donarsi agli altri capendo poi che ti verrà donato il doppio, è stato possibile conoscere persone nel cui cuore è accesa la stessa tua fiamma. È stato facile fin da subito capire che volevo partire, sia per poter dare il mio contributo a chi è più sfortunato, sia per un desiderio di scoperta e di conoscere cose nuove. Ci è stato trasmesso cos’è la missione e cosa vuol dire essere in missione, ci è stato insegnato come guardare il mondo e la vita degli occhi di qualcun altro, e abbiamo imparato che al mondo, cosa più bella dell’uomo non c’è.»
Ma perché proprio in Thailandia?
G: «Partiamo dal fatto che la Thailandia è un paese ricchissimo di cultura e fede, ma altrettanto ricco di disuguaglianza, contrasti economici e povertà. In questo momento i missionari in Thailandia si concentrano molto su attività sociali, educative e sanitarie, impegnandosi molto anche su altre problematiche come i conflitti e i traffici illegali. Le missioni si mettono a disposizione degli altri per supportare i giovani nelle zone rurali, offrendo loro la possibilità di studiare e formarsi anche in condizioni sfavorevoli o dove tutto ciò è completamente impensabile.»
E tu Steven, che cosa ti ha colpito dell’esperienza vissuta?
S: «Nella mia breve permanenza in questi luoghi da tutte le persone incontrate mi è stata trasmessa una forte umanità, soprattutto considerando le difficoltà che hanno affrontato o tutt'ora stanno affrontando. Mi sono sempre sentito accolto con il sorriso da esse e con ognuna ho vissuto dei momenti che mi hanno segnato e mi porto nel cuore.»
L’AC che ruolo ha avuto in tutto ciò?
S: «Presto detto! L'adesione all’Azione Cattolica ha influito molto sulla mia scelta, in quanto essa è stata influenzata dalla testimonianza di alcune persone conosciute grazie all'Ac. Inoltre questa esperienza è stata molto stimolata dal mio cammino di fede, e l'adesione su ciò ha sempre fatto una parte molto importante.»
G: «Far parte dell’Azione Cattolica per tanti anni mi ha dato una base preziosa per affrontare questa esperienza in Thailandia. Infatti grazie a ciò che ho vissuto in parrocchia, in diocesi, e più in generale nel volontariato ho imparato ad avvicinarmi agli altri con spirito di servizio e apertura, e questo mi è stato fondamentale, specialmente a Khlong Toei e alla Xavier House. Con il tempo, l'Azione Cattolica mi ha abituato ad ascoltare senza giudicare, a entrare in punta di piedi nelle vite altrui, rispettando i tempi e le difficoltà. Credo sia anche per questo che sono riuscito a connettermi con bambini e ragazzi che parlavano un’altra lingua e avevano storie così diverse dalla mia, ma che nonostante tutto (spero) si sono sentiti accolti e capiti. Inoltre, l’Azione Cattolica mi ha insegnato l’importanza di collaborare e costruire comunità, anche quando le radici o i riferimenti non sono gli stessi. In Thailandia l’adattamento continuo e il lavoro in gruppo, nei momenti di gioco, nei lavori manuali o durante le visite alle famiglie, hanno richiesto la stessa capacità di vivere la “comunità” nelle sue differenze, e questo è qualcosa che sono riuscito a fare anche grazie a ciò che ho vissuto in AC. Infine, forse la cosa più importante è lo sguardo che ho imparato a mantenere. L’AC mi ha insegnato a cercare il valore in ogni persona, anche nelle situazioni più dure. Le storie di resilienza che ho incontrato, sia dei ragazzi che degli insegnanti, mi hanno toccato molto, non solo per la loro difficoltà, ma per la speranza che portano dentro. La volontà degli altri volontari che ho potuto conoscere di accompagnare i ragazzi in un percorso verso un futuro più sereno mi ha ricordato quanto sia importante uno sguardo di fede anche nelle situazioni difficili. Anche questo è uno sguardo che ho potuto coltivare in Azione Cattolica, e che mi porto dietro con gratitudine.»
Grazie per questa condivisione così sentita, ancora un’ultima domanda: che cosa portate nel cuore ora che siete tornati?
S: «Ciò che ho vissuto in questa esperienza sta già influenzando il mio essere in Ac perché ha cambiato il mio modo di vedere molte cose, potrei dire che mi ha donato degli occhi nuovi.»
G: «Uno degli aspetti che sento più arricchito è il modo in cui ascolto gli altri. In Thailandia, mi sono trovato a incontrare persone in situazioni difficili, e ho capito quanto sia importante non solo ascoltare le parole, ma anche tutto ciò che sta dietro: le emozioni, i silenzi, i gesti. Questo tipo di ascolto, più profondo, credo sia la base per relazioni più autentiche. Portare questa attenzione nuova ai sentimenti e alle storie personali può creare uno spazio ancora più accogliente, dove ciascuno si sente davvero compreso e accolto. Il mio concetto di servizio si è arricchito di una nuova umiltà. Stare coi ragazzi mi ha fatto capire il valore profondo del servizio, che è qualcosa di reciproco, un dono che si scambia: più aiutavo e più ricevevo in cambio. Questo è uno spirito che spero di poter trasmettere a più persone possibili. Tutti potremmo imparare a vedere il servizio come un gesto pieno di gratitudine, qualcosa in cui ci si dona, per il bene degli altri e per il nostro.
Infine, mi porto dietro delle storie di speranza e coraggio che non posso tenere solo per me. Ho incontrato persone che, nonostante le difficoltà, hanno mantenuto una straordinaria forza di spirito. Condividerle durante incontri o momenti di riflessione potrebbe ricordare a tutti che la speranza è possibile anche nei momenti più duri. Sento che raccontare queste storie può portare conforto, ispirazione e fede, aiutando ognuno di noi ad affrontare le proprie sfide.»